Belen e Bethesda: l’inizio della fine?

Belen e Bethesda: l’inizio della fine?

E così alla fine è successo ciò che silenziosamente strisciava nei meandri del marketing videoludico da un paio d’anni a questa parte. Come un viscido serpente velenoso, il dubbio si insinuava sempre più nell’ambiente giornalistico legato ai videogiochi, addentando il calcagno dei siti più piccoli fino ad arrivare serpeggiando a toccare i talloni dei “big” di questo settore. L’annuncio fatto da Bethesda oggi attraverso il loro blog ufficiale lascia spazio a ben pochi dubbi: non intendono mandare più copie reviews alle redazioni della stampa specializzata prima del lancio di un gioco. La motivazione è quanto di più becero si possa aspettare di leggere, una sorta di scusa “benaltrista” che cela un furbesco modo di intendere il marketing in un’epoca di preorder: vogliono che i giocatori ed i giornalisti abbiano l’opportunità di giocare nello stesso momento un gioco quando viene messo sul mercato, ben precisando che terranno sempre in grande considerazione i pareri della stampa.

Per capire la gravità di questo fatto bisogna comprendere il ruolo fondamentale che, da sempre, la stampa ha in qualunque settore: i giornali ed i giornalisti fanno (dovrebbero) informazione, e l’informazione si traduce con “mettere a conoscenza l’utente finale di qualcosa in relazione ad un prodotto/servizio/personaggio” eccetera. La stampa fornisce un servizio, ed il servizio è fare da “cuscinetto” tra l’utente ed il marketing sempre più selvaggio ed invasivo: i PR e chi si occupa di marketing in un’azienda devono convincere l’utente finale a comprare un prodotto, il 14885822_1290677044295980_1959963619_ngiornalista sta nel suo “mondo di mezzo” e deve poter giudicare con occhio critico tale prodotto per far si che (nel nostro caso) il videogiocatore abbia un parere più obiettivo sul quale basarsi. Con un comportamento del genere si potrebbe pensare che la stampa videoludica sia considerata dai grandi publisher come un “fastidio”, un problema che spesso finisce con l’intralciare ottimi lavori di marketing tramite una recensione non proprio lusinghiera per un videogioco che molto probabilmente se la meritava. Ma sapete com’è: girano ormai tanti soldi nell’industria videoludica, miliardi e miliardi di dollari, e vedere marketing vanificato da quel rompicoglioni di giornalista (che magari di videogiochi se ne intende pure) che scopre tutti i difetti di gameplay assegnando un 6.5 a qualcosa sponsorizzato come capolavoro imperdibile può dar fastidio.

Quindi scrivo queste righe come appassionato, come persona che segue questo ambiente da quasi 30 anni ancor prima che come giornalista: Bethesda oggi ha infranto una parete che (a parer mio) difficilmente si potrà riparare del tutto. E visto che ora non hanno più intenzione di fornire ai giornalisti videoludici il materiale per fare il proprio lavoro in tempo utile per l’utenza, questo potrebbe rivelarsi un terrificante colpo di boomerang sia in termini di vendite che di immagini, come fece scuola il caso di Arkham Knight su PC. Molti tra i più svegli potrebbero chiedersi a questo punto “si ma senza un minimo di sponsorizzazione critica almeno in apparenza come sperano di piazzare i giochi?”. A questa domanda risponderanno con grande piacere i nuovi canali preferenziali scelti dalle grandi aziende del settore, i cosiddetti “influencer” o per meglio definirli i vari youtuber che ormai stanno prendendo il posto dei giornalisti. Non è cosa insolita ormai vedere ai vari eventi PR che tengono a bada quasi infastiditi i giornalisti ma stendono tappeti rossi con tanto di cocktail e tartine appena si presenta il trascinatore di folle di turno: intendiamoci, ci sono youtuber seri, professionali e che conoscono molto bene il settore, ma quelli che vengono sempre più spesso scelti per sponsorizzare un videogioco sono quelli che possono garantire il più ampio consenso. A pensarci bene era solo questione di tempo: questi individui apparsi dal nulla un paio di anni fa ora smuovono migliaia (se non milioni) di fan sfegatati tramite i loro video su youtube, e spesso (com’è anche stato dimostrato da uno scandalo nemmeno troppo vecchio) non sono neanche imparziali. Questo perchè la maggior parte di questi personaggio sono appunto, personaggi, non professionisti.

Il mio disperato grido nel deserto del videoludo è: non vi fidate sempre e comunque, chi smuove decine di migliaia di euro per fare un video NON è vostro amico, “non lo fa per voi” (cit.) ma lo fa esclusivamente per lui, per preservare il lavoro di PR indipendente freelance che si è creato con i suoi video online perchè questa è la vera occupazione di questi tizi. Non sono persone normali che sono state catapultate nell’Olimpo del web da mere coincidenze, forse erano “normali” all’inizio ma poi sono diventati personaggi/intrattenitori che funzionano e per questo hanno manager scaltri e molto capaci. Come se non bastasse la batosta tirata in ballo da Bethesda, oggi è arrivato anche l’uppercut finale (giocate a Punch-Out se non sapete cos’è) di Activision che ha deciso di far sponsorizzare Call of Duty: Infinite Warfare a Belen Rodriguez. Si, avete capito bene: Belen, personaggio televisivo di una certa fama che si affianca a Frank Matano ed Emis Killa per presentare una saga che non ha bisogno certamente di alcuna introduzione. Non è certamente nuovo l’accostamento di personaggi televisivi a marketing videoludico: basti ricordare gli anni ’90 (per chi c’era) per rivedere mentalmente gli spot Nintendo con Jovanotti o quelli SEGA con Jerry Calà. Il punto qui è fondamentalmente un altro però: come si può accostare un personaggio come quello di Belen Rodriguez, a stento in grado di recitare la parte di una ragazza anche solo lontanamente interessata a Call of Duty (come potrete vedere nel video in fondo all’articolo) al concetto di una saga che va avanti da anni? E’ proprio sufficiente far vedere lei e sperare in un buon riscontro da parte del proprio pubblico? A quanto pare no, considerata l’enorme mole di insulti/proteste che durante la giornata di oggi hanno invaso i social network di Activision.

Molti potrebbero pensare che si tratta di un segnale positivo, qualcosa che farà tornare l’azienda sui suoi passi, ma personalmente non sono così ottimista: come Bethesda ed Activision stanno dimostrando, ora tutti parlano di questa faccenda ed è tutta pubblicità gratuita. Youtubers, personaggi del mondo dello spettacolo televisivo prestati al videogioco in cambio di ricchi cachet: questo sembra il futuro del marketing videoludico, e molti potrebbero chiedersi: di chi è la colpa? Come siamo finiti a questo? Con una citazione cinematografica dello splendido film “V per Vendetta” vi risponderei prontamente: basta guardarsi allo specchio.