La Rubrica di Nonno Gamer: Sweet Home, la casa degli orrori

La Rubrica di Nonno Gamer: Sweet Home, la casa degli orrori

Rieccomi a voi, giovanotti senza cultura videoludica! Sono sparito per un pò di tempo perchè la mia magra pensione non mi permette di seguire attivamente tutto il mondo videoludico odierno, ma faccio del mio meglio! Oggi sono qui per parlarvi di un lontano passato che ha le sue radici nel presente più attuale, anche se ovviamente lo ignorate essendo fissati con la VR ed il 3D con cui vi rimbambiscono oggigiorno. Visto e considerato che tutta la rete impazzisce per Resident Evil VII, vi chiedo: sapete quali sono le origini di questo mito dell’orrore videoludico? Molti di voi risponderanno “che domande, è iniziato tutto da Resident Evil/Biohazard nel 1996!”. Ed invece vi sbagliate.

Era il lontano 1989 quando, esclusivamente in Giappone ed esclusivamente sulla console Famicom di Nintendo, venne rilasciato Sweet Home. Il gioco si ispirava ad un film dell’orrore giapponese dallo stesso titolo uscito quasi un anno prima: come spesso accade, i giapponesi apprezzano molto la “crossmedialità” e trasformano un marchio in tante altre cose come avete imparato a vostre hqdefaultspese con Final Fantasy XV. In questo caso si parla di un titolo dalle meccaniche JRPG più classiche, con visuale dall’alto e combattimenti a turni: se qualcuno di voi è particolarmente bravo ed informato, potrebbe vedere molte similitudini con la serie Shin Megami Tensei.

Tornando sul seminato, Capcom affidò a Tokuro Fujiwara la direzione dei lavori per la creazione del gioco: lo stesso Fujiwara che in seguito si dedicò alla creazione di Resident Evil in compagnia del buon Shinji Mikami. La storia si basa ovviamente su quella del film omonimo: nel 1959 il talentuoso artista Ichiro Mamiya creò alcune opere pittoriche di grandissimo pregio che abbandonò all’interno della sua enorme villa prima di scomparire misteriosamente. I cinque protagonisti, interessati da sempre alla storia di Mamiya ed attratti dalle sue opere, decidono di recarsi alla magione abbandonata in cerca dei quadri per poterli finalmente esaminare dal vivo. Il gruppo di investigatori si ritrova però, suo malgrado, prigioniero nella casa dopo aver incontrato il fantasma di una donna misteriosa: lo spirito minaccia tutti i presenti informandoli che “chiunque osi entrare nella magione verrà ucciso orribilmente”. I cinque, superato l’iniziale sgomento, decidono di esplorare la villa alla ricerca di una via d’uscita: dovranno contare l’uno sull’altro e sulle specifiche abilità che possiedono per risolvere gli enigmi presenti e superare i pericoli, visto e considerato che la casa è infestata da mostri spaventosi assetati di sangue.

Un incipit decisamente ben costruito per l’epoca: Fujiwara prese moltissime idee da Sweet Home per poi trasportarle nel ben più noto Resident Evil ma va ricordato che il gioco uscito su Famicom aveva molte frecce al suo arco nonostante l’epoca imponesse rigide limitazioni a causa di hardware poco performanti se paragonati a quelli di oggi. La narrazione era affidata a sensazioni e musiche piuttosto che a graficona stellare e fotorealistica con doppiaggio annesso. Sweet Home aveva combattimenti a turni tipici dei JRPG ma vantava anche un sistema di gioco molto divertente: i cinque personaggi avevano abilità specifiche ed oggetti unici (come l’accendino, il grimaldello e così via) e potevano essere divisi in gruppi da due o tre in modo da esplorare la grande villa e potersi difendere dagli attacchi. Il gioco oltretutto presentava numerosi documenti da leggere ed una narrazione molto interessante poichè il giocatore, tramite la raccolta di informazioni, iniziava a comprendere la storia e gli eventi avvenuti in precedenza. I combattimenti come già detto sono a turni ed in “prima persona”, ma il gioco presenta pericoli anche sotto forma di Quick Time Events (qualcuno ha detto “Resident Evil 4?”) che richiedono costante attenzione da parte del giocatore. Nonostante fosse ispirato dal film, Sweet Home presentava un gameplay ed una storia “liberi da catene” e Fujiwara preferì un approccio più videoludico piuttosto che seguire strettamente l’opera cinematografica.

Anni dopo l’uscita di Sweet Home, Fujiwara prese moltissime idee dal gioco per realizzare il gameplay generale di Resident Evil e si avvalse di un hardware notevolmente potenziato per creare una narrazione molto più cinematografica anche grazie all’utilizzo di filmati veri e propri. Fujiwara al tempo della realizzazione di Sweet Home disse che si sentiva leggermente frustrato dalla limitazione hardware, poichè gli impediva di creare il feeling che desiderava, ma disse anche che “il genere horror aveva buone chance di imporsi sull’industria videoludica”. Mai parole furono più profetiche, considerato che Resident Evil divenne al tempo uno dei più grandi successi ed un vero best seller! Posso garantirvi, cari giovanotti, che se metteste da parte per un attimo la vostra voglia di grafica e gameplay action potreste apprezzare moltissimo Sweet Home! Provare per credere come si suol dire…e non preoccupatevi per il problemi di lingua: un team di volenterosi fan ha creato una completa traduzione “in game” per i gioco, quindi potrete giocarci in lingua inglese! Se non siete ancora convinti, vi lascio un buon filmato di gameplay per farvi un’idea migliore! E mi raccomando, scrivetemi i vostri commenti, discutiamo! Un abbraccio dal vostro Nonno Gamer.