Recensione | Beat Cop

Recensione | Beat Cop

Chi è cresciuto a ciambelle e proiettili negli anni ’80 sa che il lavoro del poliziotto non è affatto semplice, soprattutto se si pensa che il rischio di beccarsi una pallottola dove non batte il sole è sempre dietro l’angolo. In questo contesto, film come Die Hard e Arma Letale hanno edificato le loro fortune sull’immaginario del cinema hard boiled, un genere iconico che, dagli anni ’20 nel quale aveva mosso i primi passi, è esploso con l’avvento del mezzo televisivo e il susseguirsi di cult intramontabili quali Starsky & Hutch o Miami Vice.
A chi ha più di trent’anni difficilmente non sarà già scesa una lacrimuccia. Beh, è proprio sull’onda dei ricordi che Pixel Crow, neonato studio polacco, ha tentato di trasporre cotanta nostalgia in un ibrido tra azione e avventura grafica, non a caso realizzato interamente in pixel art e già disponibile per Steam.
Il nome? Beat Cop. Ovvio.

NON SONO QUEL TIPO DI POLIZIOTTO

È bastato un solo momento nella vita del detective Jack Kelly per veder sfumare davanti ai suoi occhi anni e anni di carriera. Un solo istante che ha cambiato per sempre la sua già triste vita: un divorzio alle spalle, un’esistenza solitaria e ora, tanto per chiudere in bellezza, un’accusa infamante che pende sulla sua testa. Di certo quando è la politica a metterti i bastoni tra le ruote, le cose non possono che complicarsi in maniera esponenziale; situazioni in cui anche un proiettile in canna può non essere risolutivo. E allora è necessario fare un passo indietro: tornare poliziotto semplice tra i poliziotti semplici che sguazzano (o arrancano) nella melma di una New York cosmopolita in pieno 1986, dove criminalità e corruzione vanno felici a braccetto in spregio della legge. Ma chi conosce il genere hard boiled sa che una buona uscita con cui riabilitare nome e distintivo esiste sempre: ventuno giorni per Jack Kelly in cui scoprire il vero colpevole del reato imputatogli o rimanere nei bassifondi di quel letamaio a strappare multe dal proprio taccuino tutta la vita mentre la pistola grida, inutilmente, nella fondina.
Questo è Beat Cop, e non solo: droghe, prostitute, gioco d’azzardo e, al vertice dell’illegalità, mafia (italiana, ovviamente) e bande afroamericane che si spartiscono il territorio. A una “recluta”, in fondo, non viene chiesto nulla più che fare il proprio lavoro, eseguire i task giornalieri accuratamente annotati sul taccuino in dotazione e portare a casa quel tanto che basta per pagare gli alimenti alla ex moglie e, perché no, togliersi qualche sfizio proprio con le donnine poco vestite sopracitate. Ma la malavita in questo gioco è soltanto una delle varianti che determina il risultato finale: è possibile ergersi di fronte al suo strapotere – e rischiare una pallottola per la strada – oppure sporcarsi la coscienza e scendere a compromessi fino a vedere impresso il proprio nome sul loro libro paga. Ancora, multare auto a discrezione personale per portare a casa il compito assegnato dal proprio capo o ignorare le richieste di aiuto di un passante appena derubato, magari proprio da una delle bande che ti aiutano ad arrotondare il salario. Tutto questo, per ogni santo giorno della tua vita dalle 9:00 alle 17:00, sempre se non riesci a imboccare la pista giusta, quella che ti scagionerà da ogni accusa e ti restituirà la dignità di detective. L’unico modo per centrare l’obiettivo, però, è conoscere la città. O quanto meno quella Brooklyn dimenticata da Dio nella quale si è costretti a recitare la parte della recluta alle prime armi, i suoi esercizi commerciali e ogni singolo passante, fonti preziose di informazioni per i casi a venire. E, a fine turno di lavoro, ecco i risultati frutto di tanta fatica: non solo un congruo stipendio, ma anche una semplice scheda riassuntiva che delinea il grado di apprezzamento di polizia, abitanti, mafia e crew, da tenere sempre a mente se non si vuole pestare i piedi alla persona sbagliata e finire prematuramente all’altro mondo. Ennesimo riflesso di quelle luci e ombre che delineano lo spaccato di una New York immersa nei liquami prodotti dalla criminalità. Grande o piccola, organizzata o meno e solo otto ore di lavoro al giorno (circa un quarto d’ora reale) per decidere di volta in volta da che parte stare. Il tempo non è di certo a favore del giocatore e, seppur la mappa/strada in cui si è chiamati ad agire sia decisamente minuscola, le cose da fare sono davvero, davvero troppe.
Portare avanti le questioni personali, perdersi nei loschi traffici della malavita, sperperare dollari in ciambelle oppure dedicare anima e corpo nella lotta al crimine arrestando ladruncoli e multando auto in divieto di sosta, sprovviste di copertoni o fari in regola – previo un approfondito esame atto a constatare l’infrazione – è una scelta demandata esclusivamente al proprio buon senso. Anche perché fare tutto ciò che Beat Cop mette sul piatto in una sola run, è praticamente impossibile, soprattutto se a mettersi di traverso è una certa reiterazione nelle meccaniche di gioco (riassumibili in: “insegui il criminale” e “sanziona auto”) che spingerà più e più volte a ripetere il medesimo iter in ogni singolo giorno di lavoro portando via tempo prezioso.
Ma in fondo, come si suol dire: il crimine non dorme mai.

RECLUTE IN 8 BIT

La prima cosa che salta all’occhio una volta avviato Beat Cop, non può che essere il comparto grafico, sontuoso nelle vesti in pixel art che i ragazzi di Pixel Crow hanno cucito su misura per il loro titolo. La strada pullula di vita in 8-bit che frenetica scivola da un capo all’altro del viale di gioco, sotto a un cielo abitato da stormi di piccioni (attenti alle sorprese che cadono dall’alto) e gatti guardinghi accoccolati sui cornicioni dei palazzi. L’estetica tipicamente anni ‘80 pulsa tra le fibre di questa New York virtuale popolata da esistenze digitali che spasmodicamente perpetuano la propria routine giornaliera. Un tripudio di colori, una gioia per gli occhi.
Peccato per la presenza di qualche fastidiosissimo bug grafico che scontorna i PNG dal piano di gioco ornandoli di uno spiacevole alone nero. Il che ridimensiona, seppur lievemente, la splendida impressione generale.

PRO

  • Pixel Art allo stato puro

  • Un gesto d’amore nei confronti del cinema hard boiled anni ‘80
  • Tantissime cose da fare…

CONTRO

  • forse troppe
  • Una ripetitività nelle dinamiche di gioco che non tarderà a farsi sentire
  • Il gioco è disponibile persino in lingua cinese e giapponese… ma non in italiano

VOTO: 7.0

Commenti

commenti

Leave a Comment

WordPress spam blocked by CleanTalk.