Recensione | Icey

Recensione | Icey

La scena indie ormai sta diventando la valvola di sfogo del mondo videoludico, dove sperimentare ciò che non trova spazio nelle grandi produzioni che sovente puntano sul sicuro. Stavolta l’aspetto sorprendente è l’inserimento di quell’esperimento narrativo che era The Stanley Parade dentro le meccaniche di un hack&slash dotato di una giocabilità e di un fine vero e proprio, dove la rottura della quarta parete impatta in modo imprevedibile dentro un titolo che solo in apparenza è lineare è prevedibile.

Mi raccomando, leggi questa recensione. Non farlo!

Icey inizia come tanti giochi arcade: un’eroina meccanica viene attivata e sguinzagliata in un mondo cyberpunk devastato. La sua missione è quella di fermare il malvagio Judas, identificato come una minaccia apocalittica e in quanto tale condannato ad essere abbattuto. Un compito chiaro, semplice, a cui il giocatore deve attenersi.
Eppure qualcosa ad un certo punto potrebbe (come non potrebbe) rompersi. La voce narrante incalza Icey, di conseguenza anche il giocatore, indicando sempre dove dirigersi, cosa fare. Nei videogiochi moderni ormai l’utenza è abituata ad essere indirizzata costantemente da qualche indicatore, qualche simbolo sulla mappa o sopra un personaggio, per identificare il proprio obiettivo e corrergli incontro diligentemente. E in fondo perché non bisognerebbe farlo? Nelle produzioni più elaborate viene offerta anche una certa libertà di movimento, si può decidere dove andare, ma tutto ciò non mette in discussione l’epilogo, non permette al giocatore di scardinare il senso stesso del gioco.
Stavolta invece è possibile. Prendere una direzione diversa e non attenersi ai consigli della voce narrante mostra quanto sia fragile l’illusione scenica che sta alla base del tutto. Il videogioco legittima sé stesso soltanto finché il giocatore accetta di adeguarsi alle sue regole. Ma qualora ciò non avvenga? Qualora l’utente faccia di testa sua e vada contro ad una regia, talmente scontata nel genere d’azione, da non essere mai obiettata, come può reagire il programma?
Senza fare anticipazioni, Icey fornisce risposte variopinte (serie come ironiche) a questi interrogativi, al punto che il divertimento per molti risiederà nell’osservare le conseguenze della trasgressione, più che nel distruggere nemici e completare livelli. Un modo nuovo di intendere la narrazione, pienamente consapevole dei barocchismi videoludici e pronto a metterli da parte. Una scelta che porta a diversi bivi, creati non tanto dalla direzione fisica percorsa dal personaggio, quanto dai colpi di testa, dal dirigersi verso un apparente nulla, anziché tirare dritto verso quello che, a rigore di logica, è l’obiettivo cruciale.
Di punto in bianco quindi può succedere qualcosa di inatteso e sorprendente, non nello scontato climax narrativo che è lecito attendersi durante la battaglia con un boss, ma nel semplice scendere giù da un tombino che ci era stato detto di ignorare in quanto superfluo.

Devil May Question

Ciò che regala una marcia in più ad Icey però è la sua completezza come videogioco. Lo spartiacque che ha reso Stanley Parable amato da molti, ma trascurato da altri, è la sua esigua giocabilità, tale da rendere l’esperienza poco completa per chi voglia qualcosa di più di uno stimolo intellettuale. Stavolta gli sviluppatori hanno inserito delle vere meccaniche degne di un hack&slash, che convergono in un piccolo emulo bidimensionale di Devil May Cry o Bayonetta. La nostra robottina difatti può combattere a colpi di spada, schivare gli attacchi con degli scatti velocissimi, eseguire combo a terra così come in aria, il tutto mentre su schermo si alternano nemici in ogni direzione. Non è infrequente incappare nel game-over e un certo impegno è necessario, offrendo una buona sfida per soddisfare tutti i tipi di giocatore. La durata complessiva però rimane abbastanza breve e la lunga lista di potenziamenti sbloccabili appare superflua. La longevità si assesta su meno di tre ore e anche se si è davvero invogliati a rigiocarlo per esplorare a fondo ogni bivio e lasciarsi sorprendere dalle trovate particolari della storia, la componente d’azione non è così duratura da giustificare un tale sistema. Non bisogna aspettarsi qualcosa di complesso a livello dei titoli di Platinum Games, ma vista la natura di Icey il risultato appare comunque adeguato. Molto bella la grafica, realizzata egregiamente e senza appoggiarsi ad un uso pigro della pixel-art per giustificare qualche carenza con l’appello alla nostalgia.

Pro

  • completo sia nella narrazione che nella giocabilità
  • zeppo di trovate metanarrative sorprendenti
  • graficamente di buona qualità per un indie

Contro

  • non particolarmente longevo al di fuori del provare i diversi bivi narrativi

 

Voto: 8.5

Commenti

commenti

Francesco Dovis
Dopo aver abbandonato l'ambiente delle riviste scandalistiche, ha ripiegato su un settore ancora più bieco e depravato: la stampa videoludica. Ora non scrive più dei compleanni delle veline o delle scappatelle di attori famosi ma parla di 1080p e 60fps. Non va più a Formentera o all'Hollywood di Milano per paparazzare, ma segue le conferenze dell'E3 e della Gamescom. Il suo idolo non è più Fabrizio Corona ma Matteo Bittanti. In realtà ha studiato giornalismo e praticato per un pò e non si è mai occupato di cronaca rosa, ma è più divertente raccontarla così. I suoi sogni proibiti sono un Gdr nella lingua di Dante e un quadro di Caravaggio rifatto in pixel-art.